Archivio per ottobre 2010

Teoria: Verità e menzogna negli autoritratti fotografici

Ipotesi: se nessun autoritratto è realmente in grado di racchiudere tutta la complessità di un individuo, allora ogni autortratto è necessariamente una finzione?

In altri termini: un autoritratto è una constatazione, o un’illustrazione dell’individuo che vi è raffigurato? E’ pertanto la raffigurazione di una verità, o la raffigurazione di una menzogna?

A questa domanda, che mi viene spesso rivolta nel corso di seminari, io di solito rispondo in modo molto pratico. Un autoritratto è vero quanto lo è una verità giudiziaria. Possiamo essere d’accordo oppure no, ma è semplicemente così.

Quando parliamo di autoritratti è importante rendersi conto che questi raffigurano sempre e comunque una realtà, prima ancora che una verità.

Se dunque in quel momento l’occhio della macchina fotografica  ha fotografato quella realtà, che importanza ha il mettersi a discutere sulla veridicità dell’immagine?

Gli specchi dicono forse la verità? Gli specchi si limitano a rirpodurre ciò che in essi si riflette, e comunque in uno specchio ciascuno di noi vedrà solo ciò che vuole vedere, cancellando percettivamente tutto il resto. E non a caso, definiamo l’autoritratto: uno specchio dell’Io.

Se vogliamo lavorare con gli autoritratti chiediamoci dunque come possiamo utilizzare, a scopo di crescita personale, quelle realtà che vediamo raffigurate nelle immagini senza preoccuparci tanto del fatto che quelle immagini siano veritiere oppure no.

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Tecnica: Giocare con i grandangolari

Un concetto classico di tecnica fotografica è che gli obiettivi grandangolari non vanno bene per i ritratti…

Ma questo è vero solo se fai il fotografo di moda. Se invece sei uno sperimentatore, o un cercatore di cose preziose, o un visionario, o tutte queste cose insieme, dovresti provare a ritrarti a distanza ravvicinata usando un obiettivo grandangolare da 20mm o da 24mm.

Perchè? Prova e avrai la tua risposta.

Un obiettivo altro non è se non una lente percettiva, in altre parole l’occhio della macchina fotrografica. E il bello delle macchine fotografiche è che hanno gli occhi intercambiabili (a differenza degli umani).

Quindi se vuoi giocare un pò con la percezione dell’immagine corporea, o magari capire come si vedono le persone che hanno dei disturbi dell’immagine corporea, devi assolutamente provare a usare un grandangolare.

E se vuoi davvero esagerare, prova un 17mm, o magari un obiettivo fisheye (quelli che fanno le immagini rotonde), le regole rigide servono a chi non si sa regolare.

Esercizio: L’abito fa il monaco?

Si suol dire che l’abito non fa il monaco; è vero o falso?

Voglio suggerirti un modo originale per mettere alla prova questa affermazione.

Prova a fare questo esercizio. Preparati come se dovessi uscire e vestiti di tutto punto: scarpe, orologio, anelli, borse, e accessori compresi.

Adesso scattati qualche fotografia contro lo sfondo bianco di un muro o di un lenzuolo. Se vuoi semplificarti le cose ti consiglio di sederti su una seggiola, tenendo le mani in grembo, utilizzando uno specchio per vederti meglio e un cavalletto per la fotocamera. Perfetto, adesso scatta!

Molto bene,  aspetta a scaricare le foto, prima di guardare il risultato spogliati.

Prendi tutte le cose che avevi indossato, abiti e accessori e ponili sulla stesso sedia che avevi usato per scattarti la prima serie di foto fissandoli con un pò di nastro adesivo trasparente a mò di manichino, come se fossi ancora seduto lì, ma il tuo corpo fisico fosse improvvisamente evaporato…

Adesso togli tutti gli abiti e gli accessori dalla seggiola e sieditici nuovamente, nella stessa posizione di prima, ma vestito solo della tua biancheria intima e scattati ancora qualche fotografia. Abbiamo finito, ora puoi rievestirti.

Adesso scarica sul computer le foto che hai fatto e mettile vicine (una con il corpo, una senza, una senza vestiti) a costituire un trìttico.

Guardale attentamente…Che cosa vedi?

Esercizio: Gli occhi non mentono

Da quanto lontano vengono i tuoi occhi?

Questo esercizio può aiutarti a scoprirlo e regalarti qualche insospettata informazione sul tuo corredo genetico.

Per cominciare scattati qualche autoritratto che metta a fuoco i tuoi occhi. Una inquadratura del volto stile foto-tessera dovrebbe andare bene. Modifica leggermente l’espressione degli occhi. Un pò più dolce…un pò più accigliata… un pò interrogativa…

Perfetto! Adesso trova una fotografia di tuo padre e una di tua madre quando avevano la tua età e scannerizzale. Se non riesci a trovarla scattagliene una tu alla loro età attuale, andrà bene lo stesso.

Adesso, con un qualsiasi programma di fotoritocco, ritaglia da tutte le fotografie una finestra che contenga solo gli occhi (stile chador). E confrontale tra loro.

Da dove vengono i tuoi occhi?

Teoria: Differenze tra specchio e fotografia

Perchè farmi un autoritratto quando posso guardarmi allo specchio?

Perchè una fotografia, è uno specchio dotato di memoria.

Perchè una fotografia, grazie agli imprevedibili automatismi della fotocamera, mi mostra cose che lo specchio non è in grado di vedere.

Perchè allo specchio mi sono ormai abituato a vedermi sempre con la stessa faccia, mentre il fatto di dovermi fotografare mi costringe a separarmi da questa immagine consueta e a guardarmi con occhi nuovi.

Perchè il fatto di guardarmi ritratto in fotografia, anchhe se non mi ci riconosco, mi costringe ad accettare il fatto che almeno in quel momento sono stato così, come sono stato ritratto.

Perchè la fotografia conferisce alla mia immagine una realtà che lo specchio, per sua natura produttore di immagini fugaci, non è in grado di garantire.

Esercizio: La mia ultima fotografia

Hai mai pensato di fotografare la tua morte?

Lo so che sembra strano, ma lo ritengo un esercizio decisamente interessante.

Del resto lo stesso Barthes sostiene che ogni fotografia è un pò una piccola morte.

Prova a immaginare un auto-ritratto che abbia come titolo: la mia ultima fotografia.

A te la scelta di come interpretare questo tema.

Alla tua fantasia il resto, come: ambientazione, luci, trucco, etc.

Adesso guarda il risultato e rifletti sul perchè delle tue scelte…

Teoria: Mostrare i propri autoritratti fotografici

E’ utile mostrare i risultati del proprio lavoro con gli autoritratti ad altri?

A ben vedere è una domanda tuttaltro che banale. Di solito raccomando alle persone che decidono di intraprendere questo tipo di ricerca di tenere inizialmente per sè le immagini prodotte.

Anche nel caso in cui si tratti di un lavoro consigliato dal proprio terapeuta, credo che all’inizio siano necessari un pò di tempo e di abitudine prima di avere ilcoraggio di mostrarsi a qualcuno diverso da sè.

Non forzatevi dunque, non c’è nessuna fretta.

Spesso chiedo ai miei pazienti di descrivermi i loro primi scatti (spiegando loro come farlo), proprio come se si trattasse di sogni.

Solo in un secondo tempo dico loro che se vogliono mostrarmi le immagini.

E’ molto importante che, nel caso dell’utilizzo terapeutico degli autoritratti, questo venga chiarito al paziente prima ancora di cominciare, onde fugare ogni fantasia del terapeuta-voyeur.

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