Archivio per dicembre 2010

Citazioni: Uno Nessuno e Centomila

“Mia moglie sorrise e disse:
‐ Credevo ti guardassi da che parte ti pende.
Mi voltai coma un cane a cui qualcuno avesse pestato la coda:
‐ Mi pende? A me? Il naso?
E mia moglie, placidamente:
‐ Ma sì, caro. Guardatelo bene: ti pende verso destra.
Avevo ventotto anni e sempre fin allora ritenuto il mio naso, se non proprio bello,
almeno molto decente. La scoperta improvvisa e inattesa di quel difetto perciò mi
stizzì come un immeritato castigo.
[…]
E io non lo sapevo e, non sapendolo, credevo d’esser per tutti un Moscarda col naso
dritto, mentr’ero invece per tutti un Moscarda col naso storto.
Mi si fissò il pensiero che io non ero per gli altri quello che finora, dentro di me,
m’ero figurato d’essere.
[…]
Ma ora pensavo:
«E gli altri? Gli altri non sono mica dentro di me. Per gli altri che guardano da fuori,
le mie idee, i miei sentimenti hanno un naso. Il mio naso. E hanno un paio d’occhi, i
miei occhi, ch’io non vedo e ch’essi vedono. Che relazione c’è tra le mie idee e il mio
naso? Per me, nessuna. […] ma gli altri? gli altri che non possono vedere dentro di me
e vedono da fuori il mio naso? Per gli altri le mie idee e il mio naso hanno tanta
relazione».
[…]
Non potevo, vivendo, rappresentarmi a me stesso negli atti della mia vita;
vedermi come gli altri mi vedevano; pormi davanti il mio corpo e vederlo vivere come
quello d’un altro. Quando mi ponevo davanti a uno specchio, avveniva come un
arresto in me; ogni spontaneità era finita, ogni mio gesto appariva a me stesso fittizio o
rifatto…”

Da: Luigi Pirandello. Uno Nessuno e Centomila. Einaudi, Torino 2005.

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Esercizio: Le cicatrici di una vita

Hai mai pensato di ri-vedere la storia del tuo corpo a partire dalle cicatrici che la vita ha lasciato impresse sulla tua pelle?

Già, perchè come ha detto una volta Luìs Sepulveda, il corpo umano non mente mai; è l’unica mappa che registra meticolosamente tutti i territori in cui abbiamo vissuto.

E se ci pensi è proprio vero! Guardare il proprio corpo allo specchio è spesso il primo passo nella ricerca di sè stessi. Perchè il corpo conserva meticolosamente tutti i segni che il tempo vi ha inciso. Il tempo che è passato e che ti ha tenuto compagnia anche se magari hai fatto del tuo meglio per fuggire dal senso del tempo.

Se vuoi fare questo esercizio devi spogliarti, e metterti di fronte a uno specchio e guardare tutto il tuo corpo meticolosamente, parte dopo parte, settore dopo settore. Devi andare alla ricerca delle tue cicatrici, fotografarle per poi cominciare a ripensare alla tua vita partendo dalle loro storie.

Non sarà un esercizio facile e non sarà nemmeno rapido anzi, probabilmente saranno necessarie più sedute e strani contorsionismi, per portarlo a termine.

Ma è davvero molto importante, credimi! Si tratta di estrarre i ricordi dalla storia del tuo corpo. Se fai parte di coloro che hanno cercato di cancellarli, cancellando allo stesso tempo il proprio corpo, questo può essere un esercizio molto doloroso…

Ma, alle volte, bisogna avere il coraggio di guardarsi fuori per riuscire a guardarsi dentro. E se avrai il coraggio di farlo e di arrivare fino in fondo…non te ne pentirai…

Teorie: Le immagini mancanti

Un paio di feedback che mi sono arrivati dai lettori hanno sollevato una domanda cui si impone una risposta pubblica: ma perchè in questo blog mancano le immagini?

Credo te lo sarai chiesto anche tu leggendo qualche articolo. Dove sono le immagini? Non sarebbe più bello il blog con qualche immagine a commento degli articoli?

Siamo così abituati a vivere in un modo popolato da immagini, da esserne quasi soffocati ogni giorno, e quindi non può non sembrare strano un testo privato di immagini a commento.

E poi, un testo sulla fotografia senza fotografie sembra quasi una contraddizione di termini. C’è qualcosa che non quadra.

Devo dirti che ho riflettuto a lungo su questo dilemma quando ho deciso di pubblicare il blog e alla fine sono giunto a questa scelta per una serie di meditati motivi.

Il primo di questi motivi è che questo non è tanto un blog sulla fotografia quanto un blog sulla fotografia terapeutica e in particolare sugli autoritratti, con tante proposte di esercizi di autoraffigurazione. Non credi che il vedere immagini esemplificative agli esercizi potrebbe stimolare nel lettore deleteri effetti imitativi?

Il secondo motivo è strettamente conseguente al primo.

Il pensiero umano è mosso dall’assenza. Ciò che ci colpisce di più e che più ci stimola a pensare è proprio il fatto di essere costretti ad aggiungere un pezzo mancante a una forma, a un concetto, a una realtà (questo è vero anche in fotografia; un’immagine ci stimolerà di più se non tutto in essa è esplicitato). Quale metodo migliore del privare il lettore della vista di un’immagine, per stimolarlo a produrne una da sè?

E dato che lo scopo di questo blog è proprio quello di aiutarti a produrre nuove raffigurazioni di te stesso, ho scelto di lasciarti lo spazio mentale e visivo per creare le tue immagini.

Tecnica: Lunga esposizione

Uno dei più classici artifici tecnici per la realizzazione di ritratti davvero particolari è la tecnica della lunga esposizione.

Inventata agli albori della fotografia, a causa della lentezza delle prime emulsioni, che richiedevano talora lunghi minuti di esposizione, utilizzato da Julia Margaret Cameron per realizzare le sue famose fotografie mitologiche e visionarie, è stata recentemente riscoperta dal ritrattista Gary Schneider. Si tratta di una tecnica di complicata esecuzione, ma che garantisce risultati eccezionali per originalità e unicità.

Il primo segreto per realizzare questo tipo di ritratti consiste nell’utilizzare un soggetto paziente cui si chiederà di mantenere la massima immobilità possibile per tutta la durata della sessione di scatto (una buona strategia per ridurre al minimo i movimenti involontari può essere quella di chiedergli di stendersi al suolo).

La fotocamera deve essere montata su un cavalletto con l’obiettivo puntato e messo a fuoco sul volto del soggetto (ti consiglio di sperimentare sia l’immagine realizzata in autofocus che quella realizzata con messa a fuoco manuale), impostata sulla posa B e attrezzata con uno scatto flessibile (o un radiocomando).

La seduta fotografica deve svolgersi in una stanza oscurata (al buio) e il fotografo dovrà munirsi di un flash a mano, oppure di una torcia a led bianchi fornita di tasto di lampeggiamento.

A questo punto il fotografo, inizia l’esposizione premendo il tasto dello scatto flessibile. Lavorando dapprima sul lato destro e poi sul lato sinistro del volto del soggetto, e tenendo la sorgente di luce parallela al piano degli occhi (in modo da non abbagliarlo costringendolo a chiuderli) deve pennellare il volto con micro lampi di luce. Si inizia con due lampi per parte, per poi passare a tre, o quattro. Una volta appresa la tecnica, è possibile provare a modificare creativamente la modalità di illuminazione.

Mentre il fotografo lavora lentamente il soggetto con le sue pennellate di luce che per un’istante squarciano il buio, la fotocamera che ha l’otturatore aperto, registra l’immagine e continua a impressionare la pellicola (o il sensore) e nel frattempo il soggetto si muove, impercettibilmente, ma abbastanza da dare all’immagine finale un aspetto strano, un pò scombussolato, vagamente onirico, sicuramente fuori dal comune.

Il risultato sarà un ritratto come non lo hai mai visto, che sembra condensare in sé tutto il flusso delle emozioni vissute dal soggetto nel corso della seduta in un’unica immagine incredibilmente espressiva. L’unico problema della tecnica della lunga esposizione è che per realizzare un autoritratto con questo metodo bisogna davvero essere dei professionisti. Ma una volta appresa la tecnica è facilissimo realizzarlo con l’aiuto di un amico, o di un partner. Provare per credere!

Pensieri: De-nominare per ri-vedere

Il principale ostacolo alla visione delle cose è sicuramente il fatto di attribuire loro un’etichetta nel momento stesso cui si attribuisce loro un nome.

Partiamo dall’inizio. Quando eri un bambino molto piccolo, e ancora non padroneggiavi il linguaggio, eri abituato a pensare sostanzialmente per immagini. Poi, con l’apprendimento del linguaggio, grazie alla scuola, e ai lbri, hai imparato a dare un nome ad ogni cosa. Nomi tanto più raffinati quanto più la tua conoscenza del linguaggio si approfondiva.

E così pian piano hai imparato ad approcciarti alla realtà in modo analitico anzichè sensoriale. Il che significa che hai imparato ad attaccare etichette a tutte le cose che vedi. E così ti sei creato un catalogo del mondo. Hai imparato cioè a denominare un sacco di cose ma, nel far questo, hai disimparato a vederle e a sentirle.

Se oggi ti capita di vedere una mano, o un’ape, o un’automobile, è difficile che ti fermi a dar loro una seconda occhiata, proprio perchè avendole già etichettate e catalogate nella tua mente ritieni di aver già visto tutto quello che c’era da vedere. La cosa buffa è che chiami questo atto “ri-conoscere” quando in realtà dovresti chiamarlo” dis-conoscere“.

Perchè il problema è proprio che, usando questo metodo, non riesci quasi a conoscere più nulla. Tutto sembra già visto. Tutto già noto. E tu rischi di diventare percettivamente cieco. Non è terribile?

Se vuoi re-imparare a vedere sia te stesso che la realtà che ti circonda, devi re-imparare a guardare le cose, ma per far questo devi togliere loro le etichette. Un trucco? Beh, se hai una fotocamera reflex è facilissimo. Procurati un macro-obiettivo e comincia ad avvicinarti sempre più e scatta, scatta, scatta! Il soggetto? Non è importante, puoi essere tu stesso, o ciò  che ti circonda.

E non preoccuparti del fuoco, o del mosso; una natura sfuocata, o un pò mossa, ma viva sarà molto meglio di una natura perfettamente a fuoco, congelata, ma come si suol dire “morta“. L’importante è riuscire a togliere quelle dannate etichette e tornare a vedere la bellezza delle cose.

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