Archive for the ‘ Fotografia terapeutica ’ Category

Esercizio: La mia prigione

Tutti noi abbiamo qualche cosa che ci imprigiona in qualche modo.

Qualche cosa cioè che limita la nostra capacità di espansione e la nostra libertà di azione tanto a livello del mondo interno quanto a livello del mondo esterno.

Se vissuta in maniera sufficientemente rigida, infatti, qualunque cosa può diventare una prigione; un lavoro, un matrimonio, una famiglia, una tradizione, una promessa (fatta o spezzata). E ancora, il proprio corpo, il proprio onore, la propria città, il proprio sesso. Cè solo l’imbarazzo della scelta.

Il difficile è riuscire a capirlo, perchè è solo quando ci riesci che è possibile cominciare il lavoro di elaborazione che ti permetterà di liberarti dalle catene.

Un buon metodo per arrivarci è farne un compito fotografico dal titolo: la mia prigione. Come svolgerlo?

Semplice, prendi in mano la fotocamera e inizia a guardarti intorno. Inizia gironzolando per casa, fermati davanti allo specchio e guardati, poi esci di casa e fai due passi nel quartiere dove vivi, raggiungi il tuo ufficio, o il posto dove lavori, continua a cercare e non fermarti finchè non vedi qualcosa che ti fa accendere una lucina. Ricordati che sei a caccia di indizi.

Continua così, e nel dubbio continua a scattare fotografie, ovunque ti sembra di riuscire a mettere a fuoco aspetti della tua vita che possono rispondere a questa domanda. Fermati quando hai la sensazione di aver messo gli occhi su qualche cosa di importante.

A questo punto puoi fermarti a rivedere tutte le immagini scattate e a riflettere su ciò che significano per te.

Tecnica: Priorità di tempi

Di che cosa parliamo quando parliamo di tempo in fotografia?

Parliamo della velocità con cui si apre (e si chiude) il diaframma dell’obiettivo di una fotocamera, certo, ma in pratica questo che cosa significa?

Un ottomillesimo di secondo, per esempio, è un tempo di scatto capace di congelare il movimento di una Formula Uno sul rettilineo di Monza, e quindi di fermare il tempo della realtà permettendo all’osservatore di vedere un’immagine che nemmeno i suoi occhi possono vedere senza l’ausilio di una fotocamera.

Un secondo sembra un tempo breve, ma contiene molti movimenti; difficile evitare il mosso in un ritratto il cui tempo di scatto dura un secondo, perché la realtà sembra muoversi comunque più veloce e l’immagine finale apparirà mossa, o sfuocata.

Un minuto è un tempo infinito per scattare una fotografia; un tempo in cui  i punti di luce divengono striscioline colorate e le persone ombre in movimento; le stesse microfascicolazioni muscolari della mano del fotografo rendono impossibile ottenere una fotografia nitida senza uno stabilizzatore di immagini.

Qual è il tuo tempo ideale? Qual è il tempo di scatto che preferisci? Te lo sei mai chiesto? Ti piacciono più le foto dai soggetti congelati, o quelle sempre un po’ mosse?

Questa domanda ti porta inevitabilmente a riflettere sul modo in cui imposti il tempo nella tua vita. Vivi i millesimidisecondo, o i mmiiiiiiinuuuuuutiiiiiii?

E hai mai pensato di provare a modificare i tuoi tempi preferenziali?

Se la risposta è no, la fotografia ti permette di farlo. Almeno per gioco. Per qualche decina di scatti.

Prova e non te ne pentirai; sono certo che i risultati ti suggeriranno domande e le domande troveranno risposte. Non aver paura di cambiare le regole, le regole rigide servono solo a chi non si sa regolare…

Esercizio: Una foto segnaletica

Ti è mai capitato di essere schedato dalla polizia?

Presumo di no, ma se anche così fosse ciò non significa che questo esercizio non possa esserti utile. In sintesi, il compito consiste nel realizzare una foto segnaletica.

Presumo tu sappia come si fa. Mettiti in piedi contro un muro bianco. Fotocamera su un cavalletto, un mobile, o una sedia con qualche libro impilato. Se vuoi essere maggiormente realistio, ti consiglio di realizzare un cartello bianco di circa 10cm. x 20cm. su cui scrivere in nero a corpo grande (40-46)  un numero, una sigla tipo: LAPD, o Questura di Palermo, o Dortmund Polizei, e sotto di questa una data.

A te la scelta del vestiario (preferisci il gessato grigio alla Lucky Luciano, o la tee stile Steve McQueen) dell’espressione (feroce? spietata? allucinata? interrogativa?) e dei capelli (brillantinati? elettrici? o stile arrestato alle quattro del mattino?). Insomma, massima libertà d’interpretazione.

Le foto da farsi sono come da tradizione due: una di fronte e una di profilo, flash attivato a piena forza e, naturalmente, profilo colore impostato su: BW (foto in bianco/nero).

Beh? Che faccia hai? Ti eri mai visto così? Nella vita non si sa mai cosa vi può capitare…

E se il gioco ti è piaciuto, ti consiglio di leggere il bel libro di: Giacomo Papi, Accusare. Storia del Novecento in 366 foto segnaletiche (2004, ISBN edizioni).

Esercizio: Actors studio

Se tu fossi un attore, o un’attrice, chi saresti? E quale personaggio ti piacerebbe interpretare?

Pensaci un attimo, sono sicuro che conosci già la risposta tanto all’una quanto all’altra di queste due domande…stiamo parlando del tuo attore preferito, probabilmente nella sua migliore interpretazione.

Ecco dunque il tuo compito. Incarnare questo personaggio e fotografarlo.

Attenzione, non ho detto scimmiottare! Ho detto “incarnare” quel personaggio.

In altre parole devi cercare di entrare nella sua mente aiutandoti con il ricordo dell’aspetto e delle movenze del tuo attore preferito e facendo appello alle similitudini psicologiche piuttosto che a quelle fisiche (mai sentito parlare di Metodo Stanislavski?).

Cerca dentro di te quelle parti che corrispondono a quell’attore e a quel personaggio, sono sicuro che ci sono (altrimenti non lo avresti scelto), dopo di che procurati gli abiti necessari, pettinati e truccati a dovere e poi lascia il resto alla macchina fotografica.

Continua a scattare finchè non avrai trovato quello che cerchi. Quando sentirai di aver finito poniti questa domanda: quale spazio ha, nell’espressione della tua personalità, questo personaggio?

Tecnica: Giocare con i grandangolari

Un concetto classico di tecnica fotografica è che gli obiettivi grandangolari non vanno bene per i ritratti…

Ma questo è vero solo se fai il fotografo di moda. Se invece sei uno sperimentatore, o un cercatore di cose preziose, o un visionario, o tutte queste cose insieme, dovresti provare a ritrarti a distanza ravvicinata usando un obiettivo grandangolare da 20mm o da 24mm.

Perchè? Prova e avrai la tua risposta.

Un obiettivo altro non è se non una lente percettiva, in altre parole l’occhio della macchina fotrografica. E il bello delle macchine fotografiche è che hanno gli occhi intercambiabili (a differenza degli umani).

Quindi se vuoi giocare un pò con la percezione dell’immagine corporea, o magari capire come si vedono le persone che hanno dei disturbi dell’immagine corporea, devi assolutamente provare a usare un grandangolare.

E se vuoi davvero esagerare, prova un 17mm, o magari un obiettivo fisheye (quelli che fanno le immagini rotonde), le regole rigide servono a chi non si sa regolare.

Esercizio: L’abito fa il monaco?

Si suol dire che l’abito non fa il monaco; è vero o falso?

Voglio suggerirti un modo originale per mettere alla prova questa affermazione.

Prova a fare questo esercizio. Preparati come se dovessi uscire e vestiti di tutto punto: scarpe, orologio, anelli, borse, e accessori compresi.

Adesso scattati qualche fotografia contro lo sfondo bianco di un muro o di un lenzuolo. Se vuoi semplificarti le cose ti consiglio di sederti su una seggiola, tenendo le mani in grembo, utilizzando uno specchio per vederti meglio e un cavalletto per la fotocamera. Perfetto, adesso scatta!

Molto bene,  aspetta a scaricare le foto, prima di guardare il risultato spogliati.

Prendi tutte le cose che avevi indossato, abiti e accessori e ponili sulla stesso sedia che avevi usato per scattarti la prima serie di foto fissandoli con un pò di nastro adesivo trasparente a mò di manichino, come se fossi ancora seduto lì, ma il tuo corpo fisico fosse improvvisamente evaporato…

Adesso togli tutti gli abiti e gli accessori dalla seggiola e sieditici nuovamente, nella stessa posizione di prima, ma vestito solo della tua biancheria intima e scattati ancora qualche fotografia. Abbiamo finito, ora puoi rievestirti.

Adesso scarica sul computer le foto che hai fatto e mettile vicine (una con il corpo, una senza, una senza vestiti) a costituire un trìttico.

Guardale attentamente…Che cosa vedi?

Esercizio: Gli occhi non mentono

Da quanto lontano vengono i tuoi occhi?

Questo esercizio può aiutarti a scoprirlo e regalarti qualche insospettata informazione sul tuo corredo genetico.

Per cominciare scattati qualche autoritratto che metta a fuoco i tuoi occhi. Una inquadratura del volto stile foto-tessera dovrebbe andare bene. Modifica leggermente l’espressione degli occhi. Un pò più dolce…un pò più accigliata… un pò interrogativa…

Perfetto! Adesso trova una fotografia di tuo padre e una di tua madre quando avevano la tua età e scannerizzale. Se non riesci a trovarla scattagliene una tu alla loro età attuale, andrà bene lo stesso.

Adesso, con un qualsiasi programma di fotoritocco, ritaglia da tutte le fotografie una finestra che contenga solo gli occhi (stile chador). E confrontale tra loro.

Da dove vengono i tuoi occhi?

Esercizio: La mia ultima fotografia

Hai mai pensato di fotografare la tua morte?

Lo so che sembra strano, ma lo ritengo un esercizio decisamente interessante.

Del resto lo stesso Barthes sostiene che ogni fotografia è un pò una piccola morte.

Prova a immaginare un auto-ritratto che abbia come titolo: la mia ultima fotografia.

A te la scelta di come interpretare questo tema.

Alla tua fantasia il resto, come: ambientazione, luci, trucco, etc.

Adesso guarda il risultato e rifletti sul perchè delle tue scelte…

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