Archive for the ‘ Teorie ’ Category

Pensieri: Autoritratto come autoterapia?

Un autoritratto può essere terapeutico?

Questa domanda rimbalza frequentemente sulle pagine di blog e riviste di arte terapia e la risposta ovviamente è: certo che sì! Il problema è che leggendo diversi contributi anche di autori che pure non definirei ingenui, è invalso l’uso di ritenere che qualsiasi autoritratto possa avere in sè una valenza terapeutica.

Debbo dire che non concordo affatto con questa teoria. Sarebbe come dire che dato che il fatto di sognare può essere terapeutico allora ogni sogno lo è tout court.

In realtà ciò che rende terapeutico un autoritratto (come del resto un sogno) non è tanto l’atto di auto-raffigurazione in sè stesso, quanto piuttostola ricerca e l’attribuzione  ad esso di un significato.

E’ dunque la cornice e non il  contenuto in sè, ciò che definisce il contesto come terapeutico (o auto-terapeutico) oppure no. Questo spiega perchè tantissime persone passano la giornata a scattarsi autoritratti da pubblicare sulle proprie pagine FB senza trarne quasi mai alcun beneficio.

Altri invece si limitano a scattarsi un autoritratto al mese, nello stesso luogo, alla stessa ora del giorno, nello stesso giorno della settimana, e poi vanno alla ricerca delle sottili modifiche intercorrenti tra le diverse immagini e pertanto ne traggono un significato terapeutico.

Una preciazione forse banale, ma a mio parere necessaria…

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Pensieri: Paesaggi interiori

Ci siamo ormai abituati al fatto che la maggior parte delle immagini che vediamo nel mondo esterno siano state in qualche modo manipolate, o interpolate.

La cosa buffa è che, per motivi di coerenza interna, continuiamo ostinatamente a pensare che le immagini di noi che ci siamo costruiti (e che appartengono ormai al nostro mondo interno) siano, al contrario, vere e indiscutibili. Ma così non è.

Dobbiamo re-imparare ad avvicinarci all’immagine che abbiamo di noi stessi come ad un luogo che ci è in gran parte sconosciuto, cauti e curiosi di cosa – o di chi – potremmo incontrarvi.

Dobbiamo cioè imparare a ri-esaminare attentamente la superficie visibile di noi stessi, ma anche essere consapevoli che sotto questa superficie potrebbero celarsi modi di essere e vedere che ci hanno preceduto e che si sono stratificati nel nostro immaginario.

La delicatezza della ricerca e del recupero delle immagini, fatto che caratterizza tanto gli archeologi quanto i restauratori d’arte, dovrebbe farci da guida per questo lavoro che, se ben condotto, può permetterci di riscoprire capolavori perduti e svelarci la complessità della nostra personalità.

Teorie: Le immagini mancanti

Un paio di feedback che mi sono arrivati dai lettori hanno sollevato una domanda cui si impone una risposta pubblica: ma perchè in questo blog mancano le immagini?

Credo te lo sarai chiesto anche tu leggendo qualche articolo. Dove sono le immagini? Non sarebbe più bello il blog con qualche immagine a commento degli articoli?

Siamo così abituati a vivere in un modo popolato da immagini, da esserne quasi soffocati ogni giorno, e quindi non può non sembrare strano un testo privato di immagini a commento.

E poi, un testo sulla fotografia senza fotografie sembra quasi una contraddizione di termini. C’è qualcosa che non quadra.

Devo dirti che ho riflettuto a lungo su questo dilemma quando ho deciso di pubblicare il blog e alla fine sono giunto a questa scelta per una serie di meditati motivi.

Il primo di questi motivi è che questo non è tanto un blog sulla fotografia quanto un blog sulla fotografia terapeutica e in particolare sugli autoritratti, con tante proposte di esercizi di autoraffigurazione. Non credi che il vedere immagini esemplificative agli esercizi potrebbe stimolare nel lettore deleteri effetti imitativi?

Il secondo motivo è strettamente conseguente al primo.

Il pensiero umano è mosso dall’assenza. Ciò che ci colpisce di più e che più ci stimola a pensare è proprio il fatto di essere costretti ad aggiungere un pezzo mancante a una forma, a un concetto, a una realtà (questo è vero anche in fotografia; un’immagine ci stimolerà di più se non tutto in essa è esplicitato). Quale metodo migliore del privare il lettore della vista di un’immagine, per stimolarlo a produrne una da sè?

E dato che lo scopo di questo blog è proprio quello di aiutarti a produrre nuove raffigurazioni di te stesso, ho scelto di lasciarti lo spazio mentale e visivo per creare le tue immagini.

Pensieri: De-nominare per ri-vedere

Il principale ostacolo alla visione delle cose è sicuramente il fatto di attribuire loro un’etichetta nel momento stesso cui si attribuisce loro un nome.

Partiamo dall’inizio. Quando eri un bambino molto piccolo, e ancora non padroneggiavi il linguaggio, eri abituato a pensare sostanzialmente per immagini. Poi, con l’apprendimento del linguaggio, grazie alla scuola, e ai lbri, hai imparato a dare un nome ad ogni cosa. Nomi tanto più raffinati quanto più la tua conoscenza del linguaggio si approfondiva.

E così pian piano hai imparato ad approcciarti alla realtà in modo analitico anzichè sensoriale. Il che significa che hai imparato ad attaccare etichette a tutte le cose che vedi. E così ti sei creato un catalogo del mondo. Hai imparato cioè a denominare un sacco di cose ma, nel far questo, hai disimparato a vederle e a sentirle.

Se oggi ti capita di vedere una mano, o un’ape, o un’automobile, è difficile che ti fermi a dar loro una seconda occhiata, proprio perchè avendole già etichettate e catalogate nella tua mente ritieni di aver già visto tutto quello che c’era da vedere. La cosa buffa è che chiami questo atto “ri-conoscere” quando in realtà dovresti chiamarlo” dis-conoscere“.

Perchè il problema è proprio che, usando questo metodo, non riesci quasi a conoscere più nulla. Tutto sembra già visto. Tutto già noto. E tu rischi di diventare percettivamente cieco. Non è terribile?

Se vuoi re-imparare a vedere sia te stesso che la realtà che ti circonda, devi re-imparare a guardare le cose, ma per far questo devi togliere loro le etichette. Un trucco? Beh, se hai una fotocamera reflex è facilissimo. Procurati un macro-obiettivo e comincia ad avvicinarti sempre più e scatta, scatta, scatta! Il soggetto? Non è importante, puoi essere tu stesso, o ciò  che ti circonda.

E non preoccuparti del fuoco, o del mosso; una natura sfuocata, o un pò mossa, ma viva sarà molto meglio di una natura perfettamente a fuoco, congelata, ma come si suol dire “morta“. L’importante è riuscire a togliere quelle dannate etichette e tornare a vedere la bellezza delle cose.

Teoria: Definire un autoritratto fotografico

Che cosa si intende esattamente con il termine autoritratto fotografico?

Può sembrare una domanda banale, ma in realtà è piuttosto la risposta a questa domanda che rischia di esserlo. Mentre invece si tratta a mio parere di un concetto di fondamentale importanza per tutti coloro che intendono avvicinarsi a questo strumento a metà tra arte e terapia.

Comincio a rispondere con un esempio. Hai fatto caso alla molteplice diversità di immagini che le persone mettono su FaceBook al posto della propria profile picture?

Secondo te, queste immagini sono da considerarsi degli autoritratti oppure no? Mi viene da pensare di sì, perchè mi pare evidente che la persona sta cercando di raffigurare sè stessa e di comunicare al mondo questa sua raffigurazione di sè.

In certi casi si tratta di parti del proprio corpo, ma spesso e volentieri vi troviamo anche immagini raffiguranti paesaggi, disegni, dipinti, oggetti, ambienti, immagini astratte, etc.

Insomma tutto tranne che un classico ritratto come descritto nei manuali di fotografia. Al di là delle possibili ipotesi sul significato di queste scelte, quello che mi interessa farti notare è che ritengo che tutte queste immagini siano da considerarsi degli autoritratti tout court

Ricordati di questo concetto tutte le volte che penserai all’uso dell’autoritratto per lavorare su te stesso o sui tuoi pazienti.

Teoria: Verità e menzogna negli autoritratti fotografici

Ipotesi: se nessun autoritratto è realmente in grado di racchiudere tutta la complessità di un individuo, allora ogni autortratto è necessariamente una finzione?

In altri termini: un autoritratto è una constatazione, o un’illustrazione dell’individuo che vi è raffigurato? E’ pertanto la raffigurazione di una verità, o la raffigurazione di una menzogna?

A questa domanda, che mi viene spesso rivolta nel corso di seminari, io di solito rispondo in modo molto pratico. Un autoritratto è vero quanto lo è una verità giudiziaria. Possiamo essere d’accordo oppure no, ma è semplicemente così.

Quando parliamo di autoritratti è importante rendersi conto che questi raffigurano sempre e comunque una realtà, prima ancora che una verità.

Se dunque in quel momento l’occhio della macchina fotografica  ha fotografato quella realtà, che importanza ha il mettersi a discutere sulla veridicità dell’immagine?

Gli specchi dicono forse la verità? Gli specchi si limitano a rirpodurre ciò che in essi si riflette, e comunque in uno specchio ciascuno di noi vedrà solo ciò che vuole vedere, cancellando percettivamente tutto il resto. E non a caso, definiamo l’autoritratto: uno specchio dell’Io.

Se vogliamo lavorare con gli autoritratti chiediamoci dunque come possiamo utilizzare, a scopo di crescita personale, quelle realtà che vediamo raffigurate nelle immagini senza preoccuparci tanto del fatto che quelle immagini siano veritiere oppure no.

Teoria: Differenze tra specchio e fotografia

Perchè farmi un autoritratto quando posso guardarmi allo specchio?

Perchè una fotografia, è uno specchio dotato di memoria.

Perchè una fotografia, grazie agli imprevedibili automatismi della fotocamera, mi mostra cose che lo specchio non è in grado di vedere.

Perchè allo specchio mi sono ormai abituato a vedermi sempre con la stessa faccia, mentre il fatto di dovermi fotografare mi costringe a separarmi da questa immagine consueta e a guardarmi con occhi nuovi.

Perchè il fatto di guardarmi ritratto in fotografia, anchhe se non mi ci riconosco, mi costringe ad accettare il fatto che almeno in quel momento sono stato così, come sono stato ritratto.

Perchè la fotografia conferisce alla mia immagine una realtà che lo specchio, per sua natura produttore di immagini fugaci, non è in grado di garantire.

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