Citazioni: In posa

Puo capitare che io sia guardato senza che lo sappia, e anche di questo non possoa parlare, dal momento che ho deciso di prendere per guida la coscienza del mio turbamento.

Molto spesso però (troppo, per i miei gusti), sono stato fotografato sapendo che lo ero.

Orbene, non appena io mi sento guardato dall’obbietivo, tutto cambia: mi  metto in un atteggiamento di “posa”, mi fabbrico istantaneamente un altro corpo, mi trasformo anticipatamente in immagine.

Questa trasformazione è attiva: io sento che la fotografia crea o mortifica a suo piacimento il mio corpo…

Da: Roland Barthes. La Camera Chiara. Nota sulla fotografia. PBE, Torino 1980.

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Pensieri: I want to be a mum

Ho trovato meraviglioso e pieno di vita il progetto di Serena Salvadori “I want to be a mum recentemente premiato al FotoFestiwal di Lodz.

Mi è piaciuto il coraggio, la freschezza, il taglio, l’ingenuità, la vitalità e anche la paura che Serena ha saputo condensare nei suoi scatti.

C’è chi ha definito queste immagini troppo forti...Un termine curioso, che forse vuol significare crudo, o esplicito, pensiero comprensibile se guardiamo queste immagini con l’ottica dei fruitori di riviste glamour, di gran moda in questa parte del secolo.

Le fotografie di Serena Salvadori non esprimono certo glamour, nè pretendono di sedurre, ma si offrono piuttosto allo sguardo indiscreto dello spettatore offrendogli un assaggio dell’anima dell’autrice. Il problema è proprio questo, che bisogna riuscire a intra-vedere l’anima dell’autrice attraverso il suo corpo, cosa questa che purtroppo non riesce a tutti.

Dovendo scegliere il soggetto per un reportage, la fotografa ha scelto di mettere sè stessa davanti alla lente dell’obiettivo e questo fino ad oggi è riuscito davvero a pochi.

Per questi motivi mi piace Serena Salvadori, perchè è una donna con una sua personalissima visione…

Esercizio: Ritratto italiano

Oggi ti propongo un esercizio in tema con i festeggiamenti per il centocinquantenario dell’Unità d’Italia,

L’esercizio consiste nel realizzare un autoritratto italiano. Un autoritratto che parli della tuo essere italiano. Un autoritratto che dica a chi lo vedrà: “Io sono un italiano, un italiano vero…” Un autoritratto che ti mostri italiano al di là di ogni ragionevole dubbio.

Potremmo discutere a lungo (anche animatamente) sul significato di questo concetto ma, al di là di ogni facile ironia, il senso più profondo di questo esercizio è quello di spingerti a riflettere.

In che modo il fatto di essere nato e cresciuto in questo paese può avere segnato il tuo volto, le tue mani, il tuo corpo, la tua casa, il tuo lavoro, i tuoi hobbies, etc.?

Hai mai pensato come la tua vita potrebbe essere diversa se fossi nato e cresciuto ad Amburgo, o a Lione, o a Cardiff, ad Istanbul, o a Vladivostock?

Al di là della riflessione su come le differenze culturali ci segnano, credo che questo esercizio possa essere un’ottima opportunità per recuperare anche una fierezza dell’essere italiani che anno dopo anno va (ahimè) sempre più scemando.

Buon lavoro, dunque!

Citazioni: Lo specchio

A me guardare nello specchio induce un senso di meraviglia.

Mi dico: Ma chi è?!?

E così ho cominciato a fotografare me stesso e ho scoperto che riuscivo a vedere parti di me che non avevo mai visto prima.

Siccome mi trovo davanti al mio volto allo specchio, so abbastanza bene com’è. Quando vedo un aspetto a cui non sono abituato, lo trovo peculiare…

Per cui fotografare me stesso e scoprire territori sconosciuti del mio sè in superficie genera un interessante confronto psicologico…”

Da: Lucas Samaras. The Apocaliptic Disguises of Lucas Samaras. ARTnews N°75, aprile 1976.

Pensieri: Autoritratto come autoterapia?

Un autoritratto può essere terapeutico?

Questa domanda rimbalza frequentemente sulle pagine di blog e riviste di arte terapia e la risposta ovviamente è: certo che sì! Il problema è che leggendo diversi contributi anche di autori che pure non definirei ingenui, è invalso l’uso di ritenere che qualsiasi autoritratto possa avere in sè una valenza terapeutica.

Debbo dire che non concordo affatto con questa teoria. Sarebbe come dire che dato che il fatto di sognare può essere terapeutico allora ogni sogno lo è tout court.

In realtà ciò che rende terapeutico un autoritratto (come del resto un sogno) non è tanto l’atto di auto-raffigurazione in sè stesso, quanto piuttostola ricerca e l’attribuzione  ad esso di un significato.

E’ dunque la cornice e non il  contenuto in sè, ciò che definisce il contesto come terapeutico (o auto-terapeutico) oppure no. Questo spiega perchè tantissime persone passano la giornata a scattarsi autoritratti da pubblicare sulle proprie pagine FB senza trarne quasi mai alcun beneficio.

Altri invece si limitano a scattarsi un autoritratto al mese, nello stesso luogo, alla stessa ora del giorno, nello stesso giorno della settimana, e poi vanno alla ricerca delle sottili modifiche intercorrenti tra le diverse immagini e pertanto ne traggono un significato terapeutico.

Una preciazione forse banale, ma a mio parere necessaria…

Workshop: Auto-Foto-Terapia

Un work-shop per mettere a fuoco (è proprio il caso di dirlo) il rapporto esistente tra soggetto, emozioni e cibo, visto come ostacolo/mediatore tra l’immagine reale e quella idealizzata di sé.

Si tratta di un vero e proprio laboratorio che insegna ai partecipanti come utilizzare una fotocamera per prendere coscienza del proprio aspetto fisico e delle emozioni a questo retrostanti, anche attraverso una riflessione sulle abitudini alimentari. I partecipanti imparano a creare un foto-diario dell’alimentazione e delle emozioni, e ad utilizzare i dati per ri-comporre il proprio corpo e ri-vedere la propria immagine di sé.

Il percorso è basato sulle mie più recenti esperienze a proposito di modelli di auto-aiuto per la prevenzione e la terapia dei disturbi del comportamento alimentare per mezzo della fotografia terapeutica. La fotografia è infatti uno strumento straordinario che permette di scavare nella complessità della realtà e di ricavare un gran numero di informazioni sul fotografo e sul suo modo di vedere il mondo.

Scopo del work-shop, eminentemente esperienziale, è quello di mettere il partecipante in grado di utilizzare la tecnica dell’auto-foto-terapia nella propria vita quotidiana (e/o nella propria pratica professionale) dopo averla sperimentata su sè stesso.

Il workshop è aperto ad un numero massimo di venti partecipanti e si tiene nei week-end dei mesi di  maggio (21-22 oppure 28-29), giugno (18-19 oppure 25-26) e  luglio (9-10). Prevede due giornate di lavoro dalle ore 10 del sabato mattina alle ore 17 della domenica pomeriggio (pasto di mezzogiorno compreso) e si tiene presso la foresteria del Convento di S.Maria dei Servi a Sansepolcro (AR).

Se  sei interessato o vuoi maggiori informazioni scrivimi!

Esercizio: Tatoo Me

Questo esercizio non è per tutti.

Richiede infatti un pre-requisito che per quanto diffuso non è universale. Sto parlando della presenza sulla pelle di uno, o più, tatuaggi.

E’ ben noto che il tatuaggio è (o almeno dovrebbe essere) un segno inconfondibile che una persona decide di incidere in maniera indissolubile sulla propria pelle a guisa di ornamento, o di accessorio corporeo.

Esso rappresenta un’affermazione di sè stessi; qualcosa che identifica il portatore in maniera talmente inconfondibile da venire di solito riportato persino sulle cartelle segnaletiche dei pregiudicati.

Il tatuaggio parla di te; di ciò che sei, di ciò che sei stato, di ciò che vorresti essere. Quale miglior soggetto dunque per un autoritratto? O per una serie di autoritratti?

Potresti pensare, ad esempio, ad una mappatura della tua pelle attraverso i tatuaggi, un pò come avevi fatto per le cicatrici di una vita, di cui questo esercizio può considerarsi una specie di estensione.

Resta solo da decidere l’inquadratura, che tipo di luce e di  focale usare e il gioco è fatto. Buon lavoro!

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