Citazioni: Lo specchio

A me guardare nello specchio induce un senso di meraviglia.

Mi dico: Ma chi è?!?

E così ho cominciato a fotografare me stesso e ho scoperto che riuscivo a vedere parti di me che non avevo mai visto prima.

Siccome mi trovo davanti al mio volto allo specchio, so abbastanza bene com’è. Quando vedo un aspetto a cui non sono abituato, lo trovo peculiare…

Per cui fotografare me stesso e scoprire territori sconosciuti del mio sè in superficie genera un interessante confronto psicologico…”

Da: Lucas Samaras. The Apocaliptic Disguises of Lucas Samaras. ARTnews N°75, aprile 1976.

Pensieri: Autoritratto come autoterapia?

Un autoritratto può essere terapeutico?

Questa domanda rimbalza frequentemente sulle pagine di blog e riviste di arte terapia e la risposta ovviamente è: certo che sì! Il problema è che leggendo diversi contributi anche di autori che pure non definirei ingenui, è invalso l’uso di ritenere che qualsiasi autoritratto possa avere in sè una valenza terapeutica.

Debbo dire che non concordo affatto con questa teoria. Sarebbe come dire che dato che il fatto di sognare può essere terapeutico allora ogni sogno lo è tout court.

In realtà ciò che rende terapeutico un autoritratto (come del resto un sogno) non è tanto l’atto di auto-raffigurazione in sè stesso, quanto piuttostola ricerca e l’attribuzione  ad esso di un significato.

E’ dunque la cornice e non il  contenuto in sè, ciò che definisce il contesto come terapeutico (o auto-terapeutico) oppure no. Questo spiega perchè tantissime persone passano la giornata a scattarsi autoritratti da pubblicare sulle proprie pagine FB senza trarne quasi mai alcun beneficio.

Altri invece si limitano a scattarsi un autoritratto al mese, nello stesso luogo, alla stessa ora del giorno, nello stesso giorno della settimana, e poi vanno alla ricerca delle sottili modifiche intercorrenti tra le diverse immagini e pertanto ne traggono un significato terapeutico.

Una preciazione forse banale, ma a mio parere necessaria…

Workshop: Auto-Foto-Terapia

Un work-shop per mettere a fuoco (è proprio il caso di dirlo) il rapporto esistente tra soggetto, emozioni e cibo, visto come ostacolo/mediatore tra l’immagine reale e quella idealizzata di sé.

Si tratta di un vero e proprio laboratorio che insegna ai partecipanti come utilizzare una fotocamera per prendere coscienza del proprio aspetto fisico e delle emozioni a questo retrostanti, anche attraverso una riflessione sulle abitudini alimentari. I partecipanti imparano a creare un foto-diario dell’alimentazione e delle emozioni, e ad utilizzare i dati per ri-comporre il proprio corpo e ri-vedere la propria immagine di sé.

Il percorso è basato sulle mie più recenti esperienze a proposito di modelli di auto-aiuto per la prevenzione e la terapia dei disturbi del comportamento alimentare per mezzo della fotografia terapeutica. La fotografia è infatti uno strumento straordinario che permette di scavare nella complessità della realtà e di ricavare un gran numero di informazioni sul fotografo e sul suo modo di vedere il mondo.

Scopo del work-shop, eminentemente esperienziale, è quello di mettere il partecipante in grado di utilizzare la tecnica dell’auto-foto-terapia nella propria vita quotidiana (e/o nella propria pratica professionale) dopo averla sperimentata su sè stesso.

Il workshop è aperto ad un numero massimo di venti partecipanti e si tiene nei week-end dei mesi di  maggio (21-22 oppure 28-29), giugno (18-19 oppure 25-26) e  luglio (9-10). Prevede due giornate di lavoro dalle ore 10 del sabato mattina alle ore 17 della domenica pomeriggio (pasto di mezzogiorno compreso) e si tiene presso la foresteria del Convento di S.Maria dei Servi a Sansepolcro (AR).

Se  sei interessato o vuoi maggiori informazioni scrivimi!

Esercizio: Tatoo Me

Questo esercizio non è per tutti.

Richiede infatti un pre-requisito che per quanto diffuso non è universale. Sto parlando della presenza sulla pelle di uno, o più, tatuaggi.

E’ ben noto che il tatuaggio è (o almeno dovrebbe essere) un segno inconfondibile che una persona decide di incidere in maniera indissolubile sulla propria pelle a guisa di ornamento, o di accessorio corporeo.

Esso rappresenta un’affermazione di sè stessi; qualcosa che identifica il portatore in maniera talmente inconfondibile da venire di solito riportato persino sulle cartelle segnaletiche dei pregiudicati.

Il tatuaggio parla di te; di ciò che sei, di ciò che sei stato, di ciò che vorresti essere. Quale miglior soggetto dunque per un autoritratto? O per una serie di autoritratti?

Potresti pensare, ad esempio, ad una mappatura della tua pelle attraverso i tatuaggi, un pò come avevi fatto per le cicatrici di una vita, di cui questo esercizio può considerarsi una specie di estensione.

Resta solo da decidere l’inquadratura, che tipo di luce e di  focale usare e il gioco è fatto. Buon lavoro!

Citazioni: Foto ricordo

Quando ero ragazzo, la mia famiglia dava grande importanza alle nostre foto ricordo.

Le pianificavamo, ne facevamo la regia. Ci vestivamo bene, posavamo davanti a macchine costose, a case che non ci appartenevano, prendevamo in prestito cani.

Di recente ho contato undici cani diversi presi in prestito per le fotografie di un solo anno nel nostro album di famiglia.

Ed eravamo invariabilmente sorridenti.

Tutte le nostre foto di famiglia erano costruite in qualche modo come un’enorme bugia su ciò che eravamo.

Ma rivelavano la verità su ciò che avremmo voluto essere…”

Da: Richard Avedon. An autobiography. Random House/Eastman Kodak, New York 1993.

Tecnica: Photo-collage

Chi ha mai detto che un autoritratto non possa essere costruito a tavolino?

Intendo proprio in senso letterale, ovvero con forbici e colla! Hai mai provato la tecnica del photo-collage? Una bravissima insegnante di questa tecnica è la mia amica Sabine Korth, e se vuoi davvero imparare la tecnica del photo-collage dovresti dare un’occhiata al suo sito, ma se vuoi intanto sperimentare di che cosa si tratta puoi farlo anche subito.

Per cominciare devi procurarti qualche fotografia che ti ritrae. Scegline qualcuna che inquadra soltanto il viso, o il busto e qualcuna che invece ti ritrae a figura intera e stàmpale.

Scegline due, di cui una formato ritratto e l’altra a figura intera poi procurati un paio di forbici e cerca di ritagliare il più minuziosamente possibile la tua immagine.

Adesso prendi qualche rivista, sfogliala e scegli le immagini che ti colpiscono di più. Ritaglia le pagine con attenzione in modo da non rovinarle. Perfetto…

E ora non devi fare altro che comporre una nuova immagine, giustapponendo i tuoi ritratti sull’immagine di  sfondo presa dalla rivista. Una puntina di colla tipo Vinavil ti aiuterà a posizionare il tuo ritratto sullo sfondo. E per finire…ri-fotografa il tutto e stampa l’immagine. O magari, meglio ancora, ri-fotografalo usando una Polaroid.

Ed ecco il risultato: un autoritratto fatto con la tecnica del photo-collage.

Esercizio: autoritratto in rosso

E va bene, è una idea rubata a Franco Fontana (uno dei miei maestri), ma in realtà Franco la usa per i paesaggi. Quindi diciamo che ne è un adattamento alla visione di un paesaggio interiore.

In breve, il compito consiste nel realizzare un autoritratto in rosso.

Che cosa significa? E’ presto detto, deve essere un’immagine che in qualche modo possa essere definita un autoritratto, ma in cui il soggetto principale sia il colore rosso.

Il che significa che se viriamo la fotografia in B/N essa perderà di significato in quanto sottratta di un elemento essenziale. Ti faccio un semplice esempio tanto per capire meglio.

Immagina un primo piano di labbra laccate di rosso e un rivolo rosso che fuoriesce dall’angolo della commissura delle labbra. Ecco, adesso prova a sottrarre il colore rosso e a trasformare l’immagine in B/N e vedrai che questa perderà gran parte del suo significato.

Se hai dei dubbi sull’efficacia dell’imagine, quindi, non hai che da fare la controprova, virando l’imagine in B/N per vedere cosa rimane del suo impatto iniziale.

Capito adesso? Buon lavoro!

Pensieri: Paesaggi interiori

Ci siamo ormai abituati al fatto che la maggior parte delle immagini che vediamo nel mondo esterno siano state in qualche modo manipolate, o interpolate.

La cosa buffa è che, per motivi di coerenza interna, continuiamo ostinatamente a pensare che le immagini di noi che ci siamo costruiti (e che appartengono ormai al nostro mondo interno) siano, al contrario, vere e indiscutibili. Ma così non è.

Dobbiamo re-imparare ad avvicinarci all’immagine che abbiamo di noi stessi come ad un luogo che ci è in gran parte sconosciuto, cauti e curiosi di cosa – o di chi – potremmo incontrarvi.

Dobbiamo cioè imparare a ri-esaminare attentamente la superficie visibile di noi stessi, ma anche essere consapevoli che sotto questa superficie potrebbero celarsi modi di essere e vedere che ci hanno preceduto e che si sono stratificati nel nostro immaginario.

La delicatezza della ricerca e del recupero delle immagini, fatto che caratterizza tanto gli archeologi quanto i restauratori d’arte, dovrebbe farci da guida per questo lavoro che, se ben condotto, può permetterci di riscoprire capolavori perduti e svelarci la complessità della nostra personalità.

Citazioni: Visual lifelines

“…Inizia con il raccogliere il maggior numero possibile di fotografie che ti raffigurano. Fai il giro dei familiari e fotocopia quelle di cui non ti daranno gli originali.

Ordinale cronologicamente per anno di produzione e poi mettile in fila. Tutte in fila a formare un’unica linea sul pavimento. Quelle che appartengono allo stesso anno possono essere messe una sopra l’altra a formare un mazzo. Non preoccuparti di quelle che mancano.

Fatto questo, inizia a  lavorarci su,  scrivendo per prima cosa l’anno di produzione su un pezzetto di carta che metterai sotto ogni fotografia (o sotto ogni mazzo) della fila. E poi estrai per ogni anno la fotografia che, secondo te, meglio lo rappresenta e metti da parte le altre.

Alla fine ti troverai di fronte ad una selezione di immagini che rappresentano la tua vita in un modo che non avevi mai pensato di guardare in questi termini…”

Da: Jo Spence, Joan Solomon. What Can A Woman Do With A Camera? Scarlet Press, London 1995.

Esercizio: Variazioni sul primissimo piano.

Se hai già eseguito l’esercizio: primissimo piano te ne propongo oggi qualche interessante variazione.

Lo scopo di queste variazioni è quello di introdurre delle deformazioni controllate dell’immagine finale facendo ricorso ad alcuni artifizi.

Torniamo pertanto alle regole per l’esecuzione di un primissimo piano che ti consiglio di ripassare un attimo prima di continuare.

Questa volta vorrei che tu facessi le seguenti variazioni e che realizzassi ogni volta un nuovo scatto.

Prima variazione. Alita sulla lente dell’obiettivo della fotocamera, o della webcam, in modo da appannarla e scatta la foto prima che la lente sia tornata nitida.

Seconda variazione. Ritaglia un riquadro di pellicola trasparente da cucina tipo Domopak, fissalo con un pò di nastro adesivo, o con un piccolo elastico, all’obiettivo della fotocamera in modo che sia ben teso di fronte alla lente dell’obiettivo pur senza entrare in contatto con questa. Scatta la foto.

Terza variazione. Con la fotocamera ancora approntata come sopra (con la pellicola Domopak tesa davanti alla lente) procurati uno spillo e, facendo ben attenzione a non toccare con la punta la lente sottostante, fai in modo di fare due o tre fori a caso nella pellicola tesa. Scatta la foto.

Quarta variazione. Con la fotocamera ancora approntata come sopra (con la pellicola Domopak tesa davanti alla lente e forata) alita sulla pellicola in modo da appannarla, proprio come avevi fatto prima con la lente dell’obiettivo. Scatta la foto.

A questo punto stampa le immagini risultanti e confrontale con quelle dell’esercizio di base. C’è una bella differenza non trovi? Certo, questi sono ritratti molto diversi. Strani, inquietanti, meno definiti, ma sei sempre tu. Visto attraverso occhi diversi…

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