Esercizio: Primissimo piano

L’esercizio che ti propongo oggi è la realizzazione di una particolare tipologia di autoritratto: il primissimo piano.

Per chi non è molto addentro alle regole tecniche della fotografia mi spiego meglio.  Per primissimo piano si intende un ritratto in cui il volto del soggetto riempie tutta l’inquadratura ed è tagliato solitamente sopra l’attaccatura dei capelli e a metà del mento o, al massimo, del collo.

Ne risulta un’immagine  dall’inquadratura molto stretta e particolarmente cinematografica che consente di cogliere nel dettaglio l’espressione e l’atteggiamento emotivo del soggetto.

Lo scopo di questo esercizio è quello di realizzare un’immagine che sia capace di cogliere il più possibile la tua espressione in questo momento. Te ne propongo due versioni.

La prima. Usa una fotocamera digitale compatta, scegli il programma ritratto e imposta lo zoom alla massima estensione. Ci saranno un pò di tentativi da fare, per perfezionare l’inquadratura, ma vedrai che non sarà difficile.

La seconda. Usa la webcam del tuo computer, ma ricordati che di solito una webcam monta un obiettivo grandangolare che sicuramente distorcerà l’immagine in primissimo piano. Lo dico solo per rassicurarti sul risultato. Perchè è proprio questa distorsione che voglio che tu veda.

Stampa i risultati e mettili da parte, senza farti troppe domande. Ritorneremo fra poco su questo esercizio. E te ne proprorrò un’ulteriore evoluzione.

Pensieri: I volti finti

Hai fatto caso a come da tempo la pubblicità ci abbia abituato a bellissimi ritratti di volti ingannevoli nella loro falsità?

Avrai certamente notato come la maggior parte delle fotografie che vediamo oggi sui grandi manifesti pubblicitari, o sulle pagine patinate delle riviste, non sono più veramente autentiche. Sono il risultato di fotografie sapientemente (e talora abnormemente) ritoccate in modo da produrre delle immagini di volti che servono a creare e mantenere gli stereotipi di bellezza imposti dai media. Volti glamorous, ma talmente costruiti che nemmeno gli stessi modelli si riconoscono più nelle fotografie finali.

E avrai anche notato che siamo ormai talmente condizionati da queste immagini che non ci stupiamo più di vedere una persona che si tinge i capelli di colori falsi ed improbabili, o che consideriamo “volgare” o “sciatta” una persona (specialmente se di sesso femminile) che non tenta di abbellire il proprio aspetto fisico con qualche “trucco”.

Dal volto al resto del corpo, una serrata campagna per la bellezza insostenibile è in pieno svolgimento e si intensifica ogni giorno di più. Ma ogni giorno si contano anche i morti e i feriti di questa guerra, che si misurano nei numeri dell’incremento esponenziale dei disturbi dell’immagine corporea. Nelle persone che non si riconoscono più nel loro corpo e che cercano in modi più o meno sani di modificarlo. Nei numeri in crescita delle vittime della medicina (e della chirurgia) “estetica”.

A fronte di tutto questo non è per niente strano se tutti noi fatichiamo sempre più ad accettare il nostro vero aspetto e non ci riconosciamo nelle fotografie che ci raffigurano.

Ri-vedersi attraverso gli autoritratti e ri-scoprire la propria unicità e individualità è l’unica via di fuga da questa follia imperante nel mondo.

Citazioni: Uno Nessuno e Centomila

“Mia moglie sorrise e disse:
‐ Credevo ti guardassi da che parte ti pende.
Mi voltai coma un cane a cui qualcuno avesse pestato la coda:
‐ Mi pende? A me? Il naso?
E mia moglie, placidamente:
‐ Ma sì, caro. Guardatelo bene: ti pende verso destra.
Avevo ventotto anni e sempre fin allora ritenuto il mio naso, se non proprio bello,
almeno molto decente. La scoperta improvvisa e inattesa di quel difetto perciò mi
stizzì come un immeritato castigo.
[…]
E io non lo sapevo e, non sapendolo, credevo d’esser per tutti un Moscarda col naso
dritto, mentr’ero invece per tutti un Moscarda col naso storto.
Mi si fissò il pensiero che io non ero per gli altri quello che finora, dentro di me,
m’ero figurato d’essere.
[…]
Ma ora pensavo:
«E gli altri? Gli altri non sono mica dentro di me. Per gli altri che guardano da fuori,
le mie idee, i miei sentimenti hanno un naso. Il mio naso. E hanno un paio d’occhi, i
miei occhi, ch’io non vedo e ch’essi vedono. Che relazione c’è tra le mie idee e il mio
naso? Per me, nessuna. […] ma gli altri? gli altri che non possono vedere dentro di me
e vedono da fuori il mio naso? Per gli altri le mie idee e il mio naso hanno tanta
relazione».
[…]
Non potevo, vivendo, rappresentarmi a me stesso negli atti della mia vita;
vedermi come gli altri mi vedevano; pormi davanti il mio corpo e vederlo vivere come
quello d’un altro. Quando mi ponevo davanti a uno specchio, avveniva come un
arresto in me; ogni spontaneità era finita, ogni mio gesto appariva a me stesso fittizio o
rifatto…”

Da: Luigi Pirandello. Uno Nessuno e Centomila. Einaudi, Torino 2005.

Esercizio: Le cicatrici di una vita

Hai mai pensato di ri-vedere la storia del tuo corpo a partire dalle cicatrici che la vita ha lasciato impresse sulla tua pelle?

Già, perchè come ha detto una volta Luìs Sepulveda, il corpo umano non mente mai; è l’unica mappa che registra meticolosamente tutti i territori in cui abbiamo vissuto.

E se ci pensi è proprio vero! Guardare il proprio corpo allo specchio è spesso il primo passo nella ricerca di sè stessi. Perchè il corpo conserva meticolosamente tutti i segni che il tempo vi ha inciso. Il tempo che è passato e che ti ha tenuto compagnia anche se magari hai fatto del tuo meglio per fuggire dal senso del tempo.

Se vuoi fare questo esercizio devi spogliarti, e metterti di fronte a uno specchio e guardare tutto il tuo corpo meticolosamente, parte dopo parte, settore dopo settore. Devi andare alla ricerca delle tue cicatrici, fotografarle per poi cominciare a ripensare alla tua vita partendo dalle loro storie.

Non sarà un esercizio facile e non sarà nemmeno rapido anzi, probabilmente saranno necessarie più sedute e strani contorsionismi, per portarlo a termine.

Ma è davvero molto importante, credimi! Si tratta di estrarre i ricordi dalla storia del tuo corpo. Se fai parte di coloro che hanno cercato di cancellarli, cancellando allo stesso tempo il proprio corpo, questo può essere un esercizio molto doloroso…

Ma, alle volte, bisogna avere il coraggio di guardarsi fuori per riuscire a guardarsi dentro. E se avrai il coraggio di farlo e di arrivare fino in fondo…non te ne pentirai…

Teorie: Le immagini mancanti

Un paio di feedback che mi sono arrivati dai lettori hanno sollevato una domanda cui si impone una risposta pubblica: ma perchè in questo blog mancano le immagini?

Credo te lo sarai chiesto anche tu leggendo qualche articolo. Dove sono le immagini? Non sarebbe più bello il blog con qualche immagine a commento degli articoli?

Siamo così abituati a vivere in un modo popolato da immagini, da esserne quasi soffocati ogni giorno, e quindi non può non sembrare strano un testo privato di immagini a commento.

E poi, un testo sulla fotografia senza fotografie sembra quasi una contraddizione di termini. C’è qualcosa che non quadra.

Devo dirti che ho riflettuto a lungo su questo dilemma quando ho deciso di pubblicare il blog e alla fine sono giunto a questa scelta per una serie di meditati motivi.

Il primo di questi motivi è che questo non è tanto un blog sulla fotografia quanto un blog sulla fotografia terapeutica e in particolare sugli autoritratti, con tante proposte di esercizi di autoraffigurazione. Non credi che il vedere immagini esemplificative agli esercizi potrebbe stimolare nel lettore deleteri effetti imitativi?

Il secondo motivo è strettamente conseguente al primo.

Il pensiero umano è mosso dall’assenza. Ciò che ci colpisce di più e che più ci stimola a pensare è proprio il fatto di essere costretti ad aggiungere un pezzo mancante a una forma, a un concetto, a una realtà (questo è vero anche in fotografia; un’immagine ci stimolerà di più se non tutto in essa è esplicitato). Quale metodo migliore del privare il lettore della vista di un’immagine, per stimolarlo a produrne una da sè?

E dato che lo scopo di questo blog è proprio quello di aiutarti a produrre nuove raffigurazioni di te stesso, ho scelto di lasciarti lo spazio mentale e visivo per creare le tue immagini.

Tecnica: Lunga esposizione

Uno dei più classici artifici tecnici per la realizzazione di ritratti davvero particolari è la tecnica della lunga esposizione.

Inventata agli albori della fotografia, a causa della lentezza delle prime emulsioni, che richiedevano talora lunghi minuti di esposizione, utilizzato da Julia Margaret Cameron per realizzare le sue famose fotografie mitologiche e visionarie, è stata recentemente riscoperta dal ritrattista Gary Schneider. Si tratta di una tecnica di complicata esecuzione, ma che garantisce risultati eccezionali per originalità e unicità.

Il primo segreto per realizzare questo tipo di ritratti consiste nell’utilizzare un soggetto paziente cui si chiederà di mantenere la massima immobilità possibile per tutta la durata della sessione di scatto (una buona strategia per ridurre al minimo i movimenti involontari può essere quella di chiedergli di stendersi al suolo).

La fotocamera deve essere montata su un cavalletto con l’obiettivo puntato e messo a fuoco sul volto del soggetto (ti consiglio di sperimentare sia l’immagine realizzata in autofocus che quella realizzata con messa a fuoco manuale), impostata sulla posa B e attrezzata con uno scatto flessibile (o un radiocomando).

La seduta fotografica deve svolgersi in una stanza oscurata (al buio) e il fotografo dovrà munirsi di un flash a mano, oppure di una torcia a led bianchi fornita di tasto di lampeggiamento.

A questo punto il fotografo, inizia l’esposizione premendo il tasto dello scatto flessibile. Lavorando dapprima sul lato destro e poi sul lato sinistro del volto del soggetto, e tenendo la sorgente di luce parallela al piano degli occhi (in modo da non abbagliarlo costringendolo a chiuderli) deve pennellare il volto con micro lampi di luce. Si inizia con due lampi per parte, per poi passare a tre, o quattro. Una volta appresa la tecnica, è possibile provare a modificare creativamente la modalità di illuminazione.

Mentre il fotografo lavora lentamente il soggetto con le sue pennellate di luce che per un’istante squarciano il buio, la fotocamera che ha l’otturatore aperto, registra l’immagine e continua a impressionare la pellicola (o il sensore) e nel frattempo il soggetto si muove, impercettibilmente, ma abbastanza da dare all’immagine finale un aspetto strano, un pò scombussolato, vagamente onirico, sicuramente fuori dal comune.

Il risultato sarà un ritratto come non lo hai mai visto, che sembra condensare in sé tutto il flusso delle emozioni vissute dal soggetto nel corso della seduta in un’unica immagine incredibilmente espressiva. L’unico problema della tecnica della lunga esposizione è che per realizzare un autoritratto con questo metodo bisogna davvero essere dei professionisti. Ma una volta appresa la tecnica è facilissimo realizzarlo con l’aiuto di un amico, o di un partner. Provare per credere!

Pensieri: De-nominare per ri-vedere

Il principale ostacolo alla visione delle cose è sicuramente il fatto di attribuire loro un’etichetta nel momento stesso cui si attribuisce loro un nome.

Partiamo dall’inizio. Quando eri un bambino molto piccolo, e ancora non padroneggiavi il linguaggio, eri abituato a pensare sostanzialmente per immagini. Poi, con l’apprendimento del linguaggio, grazie alla scuola, e ai lbri, hai imparato a dare un nome ad ogni cosa. Nomi tanto più raffinati quanto più la tua conoscenza del linguaggio si approfondiva.

E così pian piano hai imparato ad approcciarti alla realtà in modo analitico anzichè sensoriale. Il che significa che hai imparato ad attaccare etichette a tutte le cose che vedi. E così ti sei creato un catalogo del mondo. Hai imparato cioè a denominare un sacco di cose ma, nel far questo, hai disimparato a vederle e a sentirle.

Se oggi ti capita di vedere una mano, o un’ape, o un’automobile, è difficile che ti fermi a dar loro una seconda occhiata, proprio perchè avendole già etichettate e catalogate nella tua mente ritieni di aver già visto tutto quello che c’era da vedere. La cosa buffa è che chiami questo atto “ri-conoscere” quando in realtà dovresti chiamarlo” dis-conoscere“.

Perchè il problema è proprio che, usando questo metodo, non riesci quasi a conoscere più nulla. Tutto sembra già visto. Tutto già noto. E tu rischi di diventare percettivamente cieco. Non è terribile?

Se vuoi re-imparare a vedere sia te stesso che la realtà che ti circonda, devi re-imparare a guardare le cose, ma per far questo devi togliere loro le etichette. Un trucco? Beh, se hai una fotocamera reflex è facilissimo. Procurati un macro-obiettivo e comincia ad avvicinarti sempre più e scatta, scatta, scatta! Il soggetto? Non è importante, puoi essere tu stesso, o ciò  che ti circonda.

E non preoccuparti del fuoco, o del mosso; una natura sfuocata, o un pò mossa, ma viva sarà molto meglio di una natura perfettamente a fuoco, congelata, ma come si suol dire “morta“. L’importante è riuscire a togliere quelle dannate etichette e tornare a vedere la bellezza delle cose.

Citazioni: L’avventura di un fotografo

Perchè una volta che avete cominciato – predicava – non c’è nessuna ragione che vi fermiate. Il passo tra le realtà che viene fotografata in quanto bella e la realtà che ci appare bella in quanto è stata fotografata è brevissimo.

Se fotografate Pierluca mentre fa il castello di sabbia, non c’è ragione di non fotografarlo mentre piange perchè il castello è crollato e poi mentre la bambinaia lo consola facendogli trovare in mezzo alla sabbia un guscio di conchiglia.

Basta che cominciate a dire di qualcosa: “Ah, che bello, bisognerebbe proprio fotografarlo!” e già siete sul terreno di chi pensa che tutto ciò che non è fotografato è perduto, che è come se non fosse mai esistito, e che quindi per vivere veramente bisogna fotografare quanto più si può e per fotografare quanto più si può bisogna: o vivere in modo quanto più fotografabile possibile, oppure considerare fotografabile ogni momento della propria vita.

La prima via porta alla stupidità, la seconda alla pazzia…

Da: Italo Calvino. L’Avventura di Un Fotografo, in: Gli Amori Difficili. Mondadori, Milano 1994.

Esercizio: La mia prigione

Tutti noi abbiamo qualche cosa che ci imprigiona in qualche modo.

Qualche cosa cioè che limita la nostra capacità di espansione e la nostra libertà di azione tanto a livello del mondo interno quanto a livello del mondo esterno.

Se vissuta in maniera sufficientemente rigida, infatti, qualunque cosa può diventare una prigione; un lavoro, un matrimonio, una famiglia, una tradizione, una promessa (fatta o spezzata). E ancora, il proprio corpo, il proprio onore, la propria città, il proprio sesso. Cè solo l’imbarazzo della scelta.

Il difficile è riuscire a capirlo, perchè è solo quando ci riesci che è possibile cominciare il lavoro di elaborazione che ti permetterà di liberarti dalle catene.

Un buon metodo per arrivarci è farne un compito fotografico dal titolo: la mia prigione. Come svolgerlo?

Semplice, prendi in mano la fotocamera e inizia a guardarti intorno. Inizia gironzolando per casa, fermati davanti allo specchio e guardati, poi esci di casa e fai due passi nel quartiere dove vivi, raggiungi il tuo ufficio, o il posto dove lavori, continua a cercare e non fermarti finchè non vedi qualcosa che ti fa accendere una lucina. Ricordati che sei a caccia di indizi.

Continua così, e nel dubbio continua a scattare fotografie, ovunque ti sembra di riuscire a mettere a fuoco aspetti della tua vita che possono rispondere a questa domanda. Fermati quando hai la sensazione di aver messo gli occhi su qualche cosa di importante.

A questo punto puoi fermarti a rivedere tutte le immagini scattate e a riflettere su ciò che significano per te.

Tecnica: Priorità di tempi

Di che cosa parliamo quando parliamo di tempo in fotografia?

Parliamo della velocità con cui si apre (e si chiude) il diaframma dell’obiettivo di una fotocamera, certo, ma in pratica questo che cosa significa?

Un ottomillesimo di secondo, per esempio, è un tempo di scatto capace di congelare il movimento di una Formula Uno sul rettilineo di Monza, e quindi di fermare il tempo della realtà permettendo all’osservatore di vedere un’immagine che nemmeno i suoi occhi possono vedere senza l’ausilio di una fotocamera.

Un secondo sembra un tempo breve, ma contiene molti movimenti; difficile evitare il mosso in un ritratto il cui tempo di scatto dura un secondo, perché la realtà sembra muoversi comunque più veloce e l’immagine finale apparirà mossa, o sfuocata.

Un minuto è un tempo infinito per scattare una fotografia; un tempo in cui  i punti di luce divengono striscioline colorate e le persone ombre in movimento; le stesse microfascicolazioni muscolari della mano del fotografo rendono impossibile ottenere una fotografia nitida senza uno stabilizzatore di immagini.

Qual è il tuo tempo ideale? Qual è il tempo di scatto che preferisci? Te lo sei mai chiesto? Ti piacciono più le foto dai soggetti congelati, o quelle sempre un po’ mosse?

Questa domanda ti porta inevitabilmente a riflettere sul modo in cui imposti il tempo nella tua vita. Vivi i millesimidisecondo, o i mmiiiiiiinuuuuuutiiiiiii?

E hai mai pensato di provare a modificare i tuoi tempi preferenziali?

Se la risposta è no, la fotografia ti permette di farlo. Almeno per gioco. Per qualche decina di scatti.

Prova e non te ne pentirai; sono certo che i risultati ti suggeriranno domande e le domande troveranno risposte. Non aver paura di cambiare le regole, le regole rigide servono solo a chi non si sa regolare…

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